I TALEBANI DELLA PORTA ACCANTO

 

Avevo preso a scrivere questo articolo con intenti e parole completamente differenti da quelli che vi apprestate a leggere. Le intenzioni erano quelle di esporre le mie opinioni in merito ad una condanna ideologica verso una guerra che reputavo inutile ed ingiusta nei confronti di una collettività, quella del popolo afgano, che vedrà tra la massima parte delle proprie vittime proprio quella gente che questa guerra non vuole, quella gente che ogni giorno subisce i crimini di una dittatura malvagia, quella dei talebani. Le parole di questo articolo sarebbero state di indubbia condanna nei confronti di questi dittatori ma anche critiche nei confronti di una rappresaglia con motivazioni giuste ma assolutamente inefficace ed inefficiente per le risorse sprecate rispetto agli obiettivi raggiunti ed in rapporto alle vittime che ne seguiranno. Dopo alcune riflessioni ho dovuto però convenire che forse questa è l’unica strada percorribile.

Pensavo ad esempio all’arroganza rumorosa dai tratti funerei dei volti ignoranti degli integralisti islamici che dalle televisioni arabe non fanno altro che lanciare minacce paventando diritti inesistenti, e vi riconosco la medesima arroganza sui volti, solo un po’ più occidentali, di gente con cui quotidianamente abbiamo a che fare e che cova odio che non ha radici tanto profonde da trovare le sue origini nella differenza di razza quanto nella semplice diversa educazione e stile di vita. Parlo di possibili vicini di casa di ognuno di noi, quelli che per un presunto diritto di proprietà sono disposti ad esserti nemico e se potessero … sì, ad usarti violenza fisica. Parlo dell’odio e della violenza che possono far breccia in ogni perfetto insospettabile. E quanti sono ultimamente gli Erika e Omar, il loro numero cresce purtroppo spropositatamente.

Pensavo all’atto terribile, ignobile e vigliacco dell’11 settembre e mi veniva in mente il ‘talebano’ vicino di casa che ha avvelenato il cane di un comune cittadino afragolese solo perché sembra che gli desse fastidio il suo abbaiare. Lo ha fatto con un’ esca avvelenata (cosa c’è di diverso dalla guerra batteriologica?), un veleno mortale che lentamente ha corroso gli organi interni fino a che la lenta agonia non è sfociata nell’inesorabile, inarrestabile morte.

Ci dicono che gli americani e noi tutti occidentali dobbiamo avere paura di uscire di casa, ma questo timore esisteva già prima, da quando il talebano vicino di casa ci ha usato violenza verbale. Quella lenta, affilatissima lama che è l’ingiuria e la diffamazione. Quell’ansia, quella paura del prossimo gesto vigliacco che ti fa prendere la tachicardia quando stai per uscire di casa e che ti fa sentire tranquillo solo quando è il giorno buono, quando per fortuna a casa ci devi rimanere. Sembra esagerato ma sono proprio queste le sensazioni che oggi provano tanti cittadini, si può avere un’idea della situazione dal volume di denuncie e querele depositate presso le forze dell’ordine. Senza tener conto delle violenze che invece rimangono non denunciate.

Questa è già strategia del terrore ed è molto più vicina a noi di quanto possiamo aspettarci. E questo accade oggi ad Afragola, in un paese dell’occidente che il nostro Presidente del Consiglio ha definito a torto più civile del mondo islamico. Se oggi la legge può ben poco contro questi talebani della porta accanto cosa potrebbe fare un Tribunale internazionale contro una rete terroristica mondiale? Se oggi l’odio del "vicino di casa" può innescare uno stillicidio di ansie e paure, perché ci meravigliamo di ciò che l’odio razziale, ideologico, religioso ha causato a tante migliaia di chilometri di distanza?

Se dunque questa strategia del terrore non può essere combattuta in modo civile e con mezzi civili neanche a casa nostra a causa di una giustizia assente, ben vengano i raid, ben venga la rappresaglia anche se sappiamo costerà vittime innocenti.

 

 

Lucio Iavarone
Capo Redattore

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