"La Poesia della Guerra"

PIPPO DELBONO è personaggio atipico nel panorama teatrale italiano, abbarbicato com'è all'idea di un teatro di rottura e di protesta oltranzista che si scontra con qualunque tipo di idea di teatro conciliante e pacificatorio.

Già in passato aveva dimostrato con i suoi spettacoli ("La Rabbia" e "Barboni" su tutti) di voler abbattere i confini esistenti tra realtà e finzione, tra recitazione e vita, mescolando insegnamenti ed esperienze personali, attori e gente presa pari pari dalla vita di tutti i giorni.

'GUERRA', in scena a CAIVANO ARTE (ma già al Mercadante di Napoli, un paio di stagioni fa), può tranquillamente essere portato a testimonianza di quanto detto : un canto laico e profondo di dolore, una canto laico e dolente per l'umanità vessata dalla tragica necessità storica della guerra.

In scena con Delbono, regista ed anarchico interprete di se stesso, una squadra suggestiva e suggestionata di esseri umani dalle diverse storie ed estrazioni, al servizio di una comunicazione sincopata e straziata che ha visto soprattutto in Bobò il suo alfiere e portabandiera : sessantenne, affetto da una malattia cerebrale che gli ha impedito di crescere mentalmente e soprattutto 'ospite' per circa quarantanni del manicomio di Aversa, Bobò è l'esempio massimo di ciò che Delbono significa per il teatro.

Bobò infatti è uscito dal manicomio (da sottolineare che la sua patologia non ha niente a che fare con la pazzia...) grazie al tutoraggio richiesto dallo stesso Delbono che ne ha fatto così l'icona di una sensibilità lacerata, di una 'guerra' che genera mostri, di un 'homo homini lupus' senza soluzione di continuità, di un'emozione senza fine dal primo all'ultimo minuto di uno spettacolo bello e terrificante, memorabile e doloroso, emozionante e stancante.

 

Giovanni Meola

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